Il mio discorso di fine 2025

Una mia riflessione sul 2025 con gli auspici per il 2026. Buon Anno!

Gaetano Taverna 30/12/2025 0

Come ogni anno, eccomi con il mio discorso di fine anno. Personaggi molto più autorevoli di me, ma anche meno autorevoli, si alternano per presentare le loro analisi, i loro bilanci, i loro commenti sul 2025 e gli auspici per il nuovo anno. Da parte mia, provo, nel mio piccolo, a offrire un mio contributo, giusto per condividere delle riflessioni con chi vorrà leggermi.

Buon Anno !!

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Gaetano Taverna 06/02/2024

Tempo di Carnevale: Semel In Anno Licet Insanire
Goethe diceva che il Carnevale non era una festa che si offriva al popolo, ma che il popolo regalava a se stesso, dove il mondo si rovesciava, si beffeggiavano le autorità, il servo diventava padrone e il padrone servo. D'altronde è famosa la locuzione latina Semel in anno licet insanire, Una volta all'anno è lecito impazzire, una frase che ha contraddistinto il Carnevale in ogni epoca. Tempo fa, ho trovato in rete un interessante articolo di Marcello Ramognino - autore e regista scomparso nel 2022 - dove sono richiamate e descritte le origini del Carnevale e le sue tradizioni del passato. Di seguito condivido il link all'articolo di cui suggerisco la lettura. Carnevale, però, è anche rispetto della tradizione gastronomica, soprattutto quella dolciaria, in cui le protagoniste indiscusse sono le Frappe, o Chiacchiere e le Castagnole (in calce le ricette). ALLE ORIGINI DEL CARNEVALE: UNA STORIA TUTTA ROMANA cliccare qui o sull'immagine   RICETTA DELLE FRAPPE  FARINA 00 500 gr.  STRUTTO 80 gr.  UOVA n. 2  VERMUT BIANCO q.b.  ZUCCHERO 100 gr.  LIEVITO PER DOLCI 1 cucchiaino  ZUCCHERO A VELO q.b.  CANNELLA IN POLVERE q.b.  SALE FINO q.b.  OLIO PER FRIGGERE q.b. Sbattere le uova e versarle nella farina in una terrina. Aggiungere lo strutto, lo zucchero, un pizzico di sale, il lievito, la cannella in polvere e impastare con le mani aggiungendo poco per volta il vermut. Alla fine deve risultare un impasto consistente (aiutarsi con la farina per la consistenza). Infarinare la spianatoia e con il matterello preparare tante strisce di circa 10-15 cm non tanto sottili. Con la rotellina dentata, tagliare in maniera da formare tante strisce larghe 3-4 cm. Far scaldare abbondante olio in una padella e calarvi le strisce evitando che si ammassino. Le frappe tenderanno a galleggiare, rigirarle un paio di volte finché non risulteranno dorate. Asciugare sulla carta assorbente e spolverare con zucchero a velo.   RICETTA DELLE CASTAGNOLE  FARINA 00 500 gr.  STRUTTO 60 gr.  UOVA n. 3  MARASCHINO q.b.  ZUCCHERO 100 gr.  LIEVITO PER DOLCI 1 cucchiaino  LIMONE n. 1  ZUCCHERO A VELO q.b.  CANNELLA IN POLVERE q.b.  SALE FINO q.b.  OLIO PER FRIGGERE q.b. Sbattere le uova intere e aggiungere mescolando lo strutto, un pizzico di  sale, lo zucchero, la scorza grattugiata del limone, il lievito e il maraschino. Incorporarvi la farina mescolando energicamente finché il composto risulterà piuttosto compatto. Preparare le castagnole aiutandosi con le mani. Far scaldare abbondante olio in una padella e friggere finché le castagnole non diventeranno dorate. Deporle in un vassoio con della carta per far assorbire l'eccesso d'olio e spolverare con zucchero e cannella in polvere.
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Gaetano Taverna 18/02/2021

Il Bosco e il singolo Albero
C’è una frase naturalistica che potrebbe sintetizzare quanto sta accadendo nella nostra società: a forza di osservare il bosco stiamo trascurando il singolo albero.Il bello è che la stessa frase, in talune circostanze, potrebbe avere un suo importante significato a parti invertite: a forza di osservare il singolo albero stiamo trascurando il bosco. Sto parlando dell’individuo inserito in un contesto più ampio, quello della società in cui il soggetto vive e in cui spesso i bisogni dell’uno possono entrare in contrasto con i bisogni della collettività. E viceversa.Quotidianamente assistiamo a un’enfatizzazione delle priorità della collettività, alle attenzioni, agli studi su quanto accade nella società, spesso con un atteggiamento quasi distaccato, a volte anche cinico, senza considerare che dietro un determinato fatto, un fenomeno, una situazione che coinvolge la società, ci sono degli impatti che colpiscono i singoli individui, anche in maniera drammatica. L’esempio più evidente, e direi eclatante, è quanto sta accadendo da un anno con la pandemia in atto per il Covid-19.Ogni giorno assistiamo agli effetti della pandemia ascoltando o leggendo il bollettino del ministero della Salute, un sorta di bollettino di guerra che ci presenta il numero dei tamponi, il numero dei contagiati, il numero dei ricoverati, delle terapie intensive occupate e purtroppo anche il numero dei decessi.A questo, aggiungiamo anche un altro bollettino drammatico, che invece non è sempre così misurabile, ovvero il lavoro perso e le attività chiuse. Per non parlare dei progetti di vita rinviati a data da destinarsi e di quel futuro incerto dei giovani alla ricerca della prima occupazione. Le regole di come doverci comportare, il colore delle regioni, le chiusure, i limiti negli spostamenti, sono regolati da quegli indici che si basano sui numeri della pandemia. Tutto giusto, per carità, chi sono io per giudicare chi ha la responsabilità sanitaria e politica di gestire la pandemia?Ho però un grave dubbio, e non credo che sia l’unico ad averlo: a forza di salvaguardare il bosco, la foresta, non stiamo rischiando di trascurare il singolo albero? Ci rendiamo conto dei drammi che si celano dietro a quei numeri? Dietro ai dolori, alle paure, alle sofferenze, ai pianti, ai rimpianti, ai sogni infranti, alle depressioni? Un anno fa, la parola pandemia ci ha così spaventato che ci ha reso coscienti della nostra fragilità smontando quella sicumera che, più o meno in maniera inconsapevole, avevamo. Il lockdown rigido, poi, ci ha anche reso più sensibili, più solidali, direi anche più uguali.A seguire, come in tutte le cose, è arrivata l’assuefazione, l’abituarsi a convivere con una pandemia che nel tempo non ha fatto notizia, se non negli impatti che ne sono derivati (leggi DPCM et similia). Nella gestione di un insieme è corretto avere una visione ampia che copra l’insieme nella sua interezza. Ma attenzione che il bosco, la foresta, sono formati da singoli alberi che hanno una loro dignità, un loro vissuto, una loro esistenza che deve essere considerata se non rispettata.
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Gaetano Taverna 24/01/2021

La socialità ai tempi del Coronavirus
Il coronavirus non sta colpendo soltanto la nostra immunità fisiologica, ma soprattutto la nostra umanità. Il Covid-19 ci sta isolando, ci tiene lontani dagli affetti, dalle amicizie, da quello che ci ha sempre distinto come esseri viventi: la socialità. L’uomo è un’animale sociale, lo siamo sempre stati fin dall’inizio e senza l’altro, siamo nessuno. Abbiamo bisogno di percepire il contatto fisico dell’altro, abbiamo bisogno della sua mano, del suo respiro, dei suoi abbracci, del suo sguardo. Il problema è che il bastardo ha trovato terreno fertile nell’isolarci, perché di fatto prima del suo arrivo, vivevamo già isolati, se non del tutto, direi spesso e volentieri. Gli attuali strumenti tecnologici di comunicazione, telefono, chat, social, video, ecc., ci hanno sempre impedito quel contatto fisico di cui abbiamo bisogno come fosse del cibo. È accaduto che nel tempo ci siamo assuefatti a questa situazione e magari in maniera inconsapevole abbiamo ritenuto che possiamo fare a meno del contatto con l’altro. Però già dalla nascita, se non percepiamo il calore del contatto fisico, entriamo in crisi e a lungo andare qualcosa di strano accade in noi. Tuttavia, in questa fase di emergenza, i social ci permettono se non altro di rimanere in contatto, di parlare, di scambiare opinioni, anche di cazzeggiare, se volete, tutto affinché sia possibile mantenere quella socialità che il virus sta colpendo con ferocia. Contro il virus è necessario prendere delle precauzioni per evitare il contagio. Lo dicono gli esperti, lo dicono i governanti, lo dicono i media. Giustissimo, guai a non farlo. Ma evitiamo per favore di allontanarci, di isolarci. Proviamo a creare delle occasioni di umanità, di solidarietà, di aiuto sociale, gesti di gentilezza contro quella diffidenza che si sta diffondendo e che fa guardare l’altro con sospetto e spinge a rimanere distanti perché potrebbe essere un potenziale untore. Infine, avere un sentimento, pietà, affetto, tristezza, fate voi, verso chi è stato colpito dal virus e verso chi purtroppo non ce l’ha fatta. Pensate, rimanere isolati in una camera di ospedale, oppure in una RAS che accolgono persone anziane, con la paura di morire e senza poter avere un contatto, anche da lontano, con le persone (famiglia, amici, conoscenti). Oppure addirittura morire nella piena solitudine, senza la vicinanza degli affetti. Qui purtroppo il virus realizza il suo successo maggiore: far morire le persone nella solitudine più completa. Ecco perché dobbiamo recuperare, per quanto ci è possibile fare, quella socialità di cui mai come in questo momento sentiamo di averne bisogno. Forse passerà del tempo prima di poterci di nuovo abbracciare, forse non basterà il vaccino ad allontanare del tutto la diffidenza e la paura di incontrarsi, ma intanto, non isoliamoci del tutto. Gaetano Taverna
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